Articolo pubblicato da Rosario Faraci sul quotidiano La Sicilia del 14 marzo 2024

Pensiamo spesso al termine capolavoro come sinonimo di opera straordinaria, eccellenza suprema, realizzazione senza pari. Ad esempio, in ambito artistico, letterario o musicale. Ma capolavoro ha un significato ancora più pregnante della eccezionalità.
Nella sua accezione originaria, in epoca tardomedievale era quel manufatto che, realizzato con non poca fatica, segnava l’avanzamento della formazione del garzone che, avendo iniziato prima come apprendista, si accingeva a diventare finalmente un maestro artigiano. Per unanime riconoscimento dei maestri più anziani che in quell’opera riscontravano i requisiti tecnici ed estetici richiesti dalla specializzazione dei loro mestieri.
La realizzazione del capolavoro segnava una sorta di rito di passaggio, tipico delle corporazioni, verso l’autonomia professionale; il masterpiece, si direbbe con linguaggio moderno, era l’opera maestra con cui il giovane artigiano poteva dimostrare agli altri le abilità, le competenze e le tecniche apprese, ma anche far conoscere il proprio modo d’essere. In un’ideale staffetta con le generazioni successive, il giovane artigiano divenuto maestro poteva rappresentare a sua volta un riferimento per altri.
Ora, non per fare viaggio a ritroso perché la retrotopia non è nelle nostre corde, ma nella società attuale si è persa la cultura del capolavoro. Anzi, è derubricata spesso alla stregua dell’inutilità, perché ciò che conta è altro. A prevalere è la logica dei risultati a tutti i costi che sposta l’enfasi sul “quanto”, sull’elencazione delle cose da fare e sulla enumerazione delle cose fatte anziché sul “come” e sul “perché”. I quali, nella cultura artigianale, erano tanto importanti, anzi forse di più, del “cosa”.
Il termine capolavoro però ogni tanto resuscita.
Nelle nuove linee guida sull’orientamento scolastico, in vigore a partire da settembre scorso, il Ministero dell’Istruzione e del Merito ha introdotto il capolavoro nel cosiddetto “e-portfolio” digitale – la raccolta di documenti che dimostrano lo sviluppo e l’apprendimento individuali di abilità e competenze. In vista degli esami di maturità, studentesse e studenti potranno scegliere tra una o più esperienze svolte a scuola nel triennio e indicarla come opera maestra provando a spiegarne il “come” e il “perché”. Potranno selezionare esperienze maturate in ambito scolastico, durante il percorso di apprendimento delle discipline oppure nei PCTO, che hanno preso il posto dei vecchi progetti di alternanza scuola-lavoro. Maturande e maturandi potranno richiamare qualcuna tra le esperienze più significative svolte anche in ambito extrascolastico, come ad esempio la partecipazione ad un torneo nazionale di sport per studenti, una gara nazionale di matematica o il certamen, una competizione di traduzione dal latino.
L’obiettivo sotteso a questa novità, che ovviamente non trova mai tutti concordi specialmente fra i docenti, è recuperare nei giovani la consapevolezza di aver fatto qualcosa che, per un certo periodo di tempo, ha segnato la loro formazione, potenziando e sviluppando capacità, modi di essere, abilità che, sebbene ancora allo stadio di “competenze per la vita” potranno rappresentare più avanti anche “competenze per l’impiegabilità” nel mondo del lavoro e delle professioni.
Ad esempio, l’esperienza che i giovani liceali stanno facendo con il quotidiano La Sicilia, occupandosi ogni quindici giorni dell’inserto SocialComic, potrebbe essere menzionata tra i capolavori e trovare posto nell’ e-portfolio digitale di competenze ed abilità individuali.
Nella realizzazione di un articolo di giornale, infatti, non si deve dimostrare la bravura in italiano, ma – attraverso una buona padronanza dello scritto nella lingua madre – si sviluppano soprattutto le competenze di analisi e documentazione, il fact checking, la capacità di storytelling e via discorrendo. Inoltre, si potenzia pure la capacità di “team building”, il gioco di squadra, che è tanto importante nel mondo del lavoro. Può darsi che tra le ragazze e i ragazzi ci saranno i futuri giornalisti del domani, ma comunque l’esperienza formativa del “giornalino” dentro il quotidiano ha tutti i titoli per rientrare tra le opere magistrali.
Recuperare dunque la cultura del capolavoro. Nello studio, e poi nel lavoro, nelle professioni, perfino in politica. Non servono facili e sbrigativi risultati. Occorrono attività di impatto che comportano fatica, sudore e disciplina, valori mai desueti. E sviluppano pure un metodo, sempre utile a futura memoria.

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